2013. Sindrome da Villaggio

Se bastassero i numeri a descrivere la realtà, allora per il Villaggio di quest’anno si potrebbe dire che “è stato davvero un successo!” Birrai e birrifici mai così numerosi, 30 birre alla spina più dello scorso anno (quando erano state 75), consumi raddoppiati rispetto allo scorso anno nel Venerdi del pre-Villaggio, numero complessivo dei partecipanti quasi raddoppiato rispetto alla scorso anno, i quattro laboratori (uno in più rispetto allo scorso anno) sold out. Per non parlare della quantità di cibo consumato e della birra bevuta. Numericamente, quindi un vero e proprio boom. Ma i numeri (che pure ci riempiono di orgoglio) non bastano per “rendere ragione “del Villaggio, che è questo, ma anche altro. Rubo due espressioni che altri hanno già scritto per cercare di descriverlo.

La prima è di Giada, di Magic Rock, che nel parlare del Villaggio e della sua gente, ha scritto che “dal Villaggio mi sono portata a casa tanta umanità”. E’ questa la gente che ci siamo tirati su, lungo questa cavalcata che dura ormai da otto anni: della bella, bellissima gente, che viene sicuramente per bere buona birra, ma che da altrettanta importanza alla convivialità, allo “stare bene”, alla curiosità nei confronti della novità, alla buona educazione (mai da dare per scontata). L’atmosfera del Villaggio è difficile da descrivere a chi non l’ha mai assaporata, ma è inconfondibile per chi l’ha potuta gustare almeno una volta. E nonostante i numeri-monstre di quest’anno, l’imprinting non è andato perduto, anche se “con il cambio di location abbiamo perso parte della complicita’ e della familiarita’ del tendone” (cit.). E’ vero, ma è stato quasi inevitabile.

E qui arriva il secondo furto di citazione: questa volta la frase la rubo a Schigi, che ha definito Piana “una cornice da sindrome di Stendhal”. La fattoria di Piana è stato un “presente” che ci siamo regalati e che abbiamo voluto regalare a tutti. Per fortuna, dico anche col senno di poi, perché Bibbiano, quest’anno, non avrebbe retto l’urto. Un presente che viene dal passato, un presente fascinoso, luminoso, arioso, che ha riportato felicemente (e in maniera quasi struggente) nel passato tanta gente di Buonconvento che da anni non era più tornata in questo luogo e che ha stordito per bellezza e serenità intrinseche i tantissimi che non lo avevano mai visto.

Una location che ha messo alla prova anche noi, che ci abbiamo messo un po’ a prenderci la mano, ma che speriamo di aver gestito al meglio (delle nostre possibilità) per garantire a tutti una maggiore fruibilità dell’evento. Le criticità ci sono state, soprattutto al venerdi, quando ci siamo quasi “spaventati” di fronte al vostro “assalto”, che non ci aspettavamo così felicemente imperioso; ma i numeri, vi assicuriamo, sono stati, davvero, inaspettatamente grandiosi. E poi si è bevuto, tanto, a modo, con estro e con metodo, per degustare e per dissetarsi, impegnandosi e divertendosi, perché, crediamo, l’offerta birraria era capace di soddisfare tutto questo. Ognuno ha avuto il “suo” birrificio preferito, la “sua” birra del Villaggio, il “suo” birraio del cuore, me compreso. Non è necessario sapere quali, è fondamentale portarseli tutti dentro: i ricordi aiutano. Sempre.

I norvegesi sono stati una scommessa vinta (da noi/voi), Mr. Emelisse ha colpito tutti per signorilità e qualità birraria, Giada e le sue birre sono state al centro di un flusso continuo di persone. Gli italiani, diciamolo serenamente, sono stati il focus dell’evento: una scelta birraria quasi sterminata, tante novità e tante gradite conferme, una qualità davvero costante. Tanti apprezzamenti, tanti gettoni, grande successo anche al beershop.

Non tutto, fra i belgi, era a posto (anche questo bisogna dirlo), anche fra i nomi importanti. Dispiace un po’ doverlo dire, ma questa è un po’ la fotografia dello stato dell’arte: grandi birre e qualche passaggio a vuoto, una classicità non sempre freschissima e qualche “innovazione” non proprio azzeccata. Si devono necessariamente “rifare”: il loro pedigree (storico) glielo impone.

E poi chi non c’era. Bianca: che è mancata tanto a tutti noi. E continua a mancarci. E Kris Boelens che ha dovuto dare forfait a ridosso del Villaggio. Non c’era il babbo quest’anno, e anche questo ci ha tolto un po’ di serenità. E poi i ringraziamenti, mai come quest’anno doverosi. A tutto lo staff di Da Pian, senza il quale questo Villaggio non sarebbe stato così bello; a tutti quelli che ci hanno dato una mano, divertendosi faticosamente a lavorare per tutti voi; a chi ci ha dato la possibilità di utilizzare questi spazi. A voi, che ci avete premiati con la vostra presenza. A presto, alla prossima volta che ci vedremo in giro con un bicchiere di buona birra in mano.

di Alberto Laschi

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