2011. Il sole bacia i belli

“Il sole bacia i belli” … … si suol dire. E di sole ce n’è stato quest’anno, a Bibbiano, confermando la fausta tradizione degli ultimi quattro anni, assieme ad una infilata di nottate serenamente stellate. La bella stagione è elemento fondamentale per la buona riuscita di una manifestazione all’aperto: ti permette di godere liberamente degli spazi, ti mette di buon umore, non crea intoppi nel susseguirsi delle iniziative. Il Villaggio ha bisogno di tutto questo (spazi dilatati, animo rilassato, programma “completo”) per poter essere davvero il Villaggio: il sole è stato davvero un bel regalo. Due giorni sono passati dalla fine di questi tre giorni (ci metto anche il venerdi sera) vissuti (da parte nostra) a manetta, e potendo ri-cominciare a respirare con una certa regolarità, anche il cervello si snebbia, e prova a fare alcune considerazioni. Non spetta a noi farci o meno i complimenti per la buona (o meno buona) riuscita del Villaggio: ci hanno pensato e ci debbono pensare gli altri. Per chi ci è stato, non ho nulla da poter aggiungere (o togliere) a quello che ciascuno ha saputo sperimentare di persona: in questo caso, il vissuto di ciascuno è l’unico criterio di verità. Ognuno ha il “suo” Villaggio; aggiungerei, per fortuna. Per chi non c’è stato, inutile tentare di riprodurre sensazioni, impressioni, atmosfere: non ci si può fare per il tramite della tastiera di un pc, corri il rischio di dar vita solo ad un succedaneo, di bassa qualità per di più. Proverò solo a cercare di far capire cosa è stato per noi il Villaggio, quello vissuto dalla parte di chi l’ha messo su, che cercano di decifrare l’orizzonte dell’evento da quei particolari che possono essere notati solo da chi sta “dalla parte di qua” delle quinte.

Quattro flash per quattro giorni.

L’inizio del Villaggio, venerdi sera, la serata dell’hoppy hour: otto birre alla spina con l’extra luppolo belga. Si avvicina alle spine un signore di mezz’età, uno degli 80 (o giù di lì) residenti di Biabbiano (quel pugno di case vicino a … Bruxelles) e mi dice: “voglio una birra di Gianni, quelle che c’ha lui e che lui porta dal Belgio. Una di quelle buone, mi raccomando, amara ma non troppo”. Gliene faccio “testare” tre e sceglie (a gusto suo) la Bink Blond. Sui sessantacinque anni, una vita passata a bersi il Brunello, e che ti viene a scegliere una birra belga spinata davanti all’uscio di casa propria, come se ci si trovasse in un qualsiasi cafè della campagna belga. Il tutto con una naturalezza serena, non ricercata, mescolandosi con sicurezza agli appassionati che sia accalcavano alle spine e che venivano da ogni parte d’Italia. Ci si potrebbe fare quasi un saggio di sociologia …

La fine del Villaggio, lunedi notte, sempre a Bibbiano, alla fine di una tavolata allegra ma non ebbra, rilassata (soprattutto): Kris Boelens (il “babbo birrario” di tutti noi e il portavoce per acclamazione di tutti i birrai belgi) si alza e ringrazia in maniera sincera e non affettata mister Gianni e la sua crew per aver regalato a tutti loro una vacanza in un angolo di paradiso, uno splendido festival (the best festival) e, soprattutto, the sun (come se fosse dipeso da noi …). E ringrazia di cuore anche (e soprattutto) the men of the fire (i macellai che hanno cotto gli spiedini arroventandosi per due giorni al braciere). Quanta la strada fatta dall’acqua di sei anni fa e dall’organizzazione affannata e approssimativa del primo Villaggio! Adesso ci attribuiscono anche il “potere” di regolamentare il transito solare …

Sabato pomeriggio, mentre parto per uno degli innumerevoli (e sfiancanti) viaggi fra il magazzino di Birrerya a Buonconvento e il beershop di Bibbiano. E’ l’ora che precede il tramonto, quella con la luce giusta. Per arrivare da Buonconvento a Bibbiano si percorre una strada di 3 km. immersa nella splendida campagna senese: l’ultimo km. ha la pendenza del 15%. Scendendo verso Buonconvento incontro, in progressione, tutte (o quasi) le tipologie dei visitatori del Villaggio: un paio di bikers che salgano a tutta manetta, un paio di macchine con targa straniera, la navetta del Villaggio a pieno carico, macchine piene di gente, una commovente coppia di ragazzotti che arrancano a piedi con zaino e tenda in spalla sull’ultimo km. di salita. E’ davvero, mi sono detto, il Villaggio di tutti.

Domenica pomeriggio, le 18 circa, il giorno e l’ora migliore (secondo me) del Villaggio: chi doveva tornare a casa viaggiando a lungo se n’era già andato; chi abitava un po’ più vicino lo stava per fare. Rimangono ai tavoli (non più strapieni, in quell’ora) quelli che possono (o vogliono) godersi questo tempo di frontiera. Accasciato sui fusti dietro i banchi dei birrai, con una gueze di Tilquin nel bicchiere, li guardo, quelli ai tavoli, e li invidio: non sono ancora stanchi di assaggiare, di comparare, di suggerire, o solo di discorrere delle proprie cose e di quelle della vita. E’ la magia vera del Villaggio. Sono fortunato: arrivano degli amici da Prato, mi chiamano, mi salutano, mi invitano a sedere con loro. Lo faccio, per un’ora. L’ora del “mio” Villaggio, “uguale” a quella di tutti gli altri. Una bellissima ora.

di Alberto Laschi

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