2010. Good People Drink Good Beer

Alcune impressioni sistematiche e “ragionate”, su quella bella esperienza che è stata il Villaggio di quest’anno, il quinto (forse il più faticoso, per noi).

1. La “rivincita del consumatore” la definirei, o “della sua evoluzione“. Il beershop all’interno del Villaggio è, per certi versi, postazione privilegiata e termometro adatto a misurare con una certa efficacia la temperatura della passione e della competenza. Quest’anno sono stato testimone di una vera e propria inversione di tendenza: se fino all’anno scorso la percentuale di coloro che acquistavano “autonomamente” (cioè senza aver bisogno di “un aiutino” o di dritte) si aggirava sul 20% circa, quest’anno si è più che quadruplicata. 8 “acquirenti” su 10 sono arrivati al beershop dicendomi: “voglio quella, quella e quella …”. Un bel segnale, non c’è che dire.

2. “Della civiltà del parlare“. Al Villaggio c’è verso farlo, mettersi, cioè, a sedere (o anche piazzarsi in piedi in qualche angolo tranquillo) e parlare più o meno amabilmente, soprattutto di birra e di birre, ma anche del più e del meno. E’ una dimensione, questa, che tante persone ci hanno fatto notare, con evidente piacere. E’, questo, uno dei valori aggiunti che le persone che frequentano il Villaggio hanno regalato a questo evento/manifestazione, sempre più caratterizzata dalla gente che lo frequenta, oltre che dalle birre che vi si possono trovare. Mi verrebbe proprio da dire, completando la frase che appartiene a qualcun altro, che “good people drink good beer“, la quale, a sua volta, rende la gente davvero una good people.

3. “Il mondo degli homebrewers“. Lo conosco davvero poco, lo confesso, perchè non sono uno di loro, incapace costituzionalmente come sono di mettere mano con un qualche profitto a tutto ciò che richiede competenza tecnico/scientifica e abilità manuale. Me li sono guardati con più attenzione, quest’anno, e ho cercato di capirne logiche, fenomenologia, modus operandi. Non so se saranno il futuro, di sicuro, però, sono già un bel “presente” birrario. Più di un giurato mi ha detto che alcune delle birre presentate al concorso per homebrewers gestito da MoBI non avrebbe certo sfigurato dietro al banco di qualche birrificio presente al Villaggio , e che comunque la qualità media dei prodotti è stata davvero buona. Vedere poi la folla degli appassionati accalcarsi visno a Gregory Verhelst de La Rulles e a Jef della Hofbrouwerijke per far loro assaggiare le proprie birre (e appuntarsi religiosamente suggerimenti e correzioni) fa davvero capire la dimensione della passione.

4. Le birre, finalmente. Erano 55 (o giù di lì) al Villaggio di quest’anno (pre-Villaggio compreso). Ovviamente quasi impossibile poterle testare tutte, ma fra quelle che ho bevuto in “solitaria” e le dritte/commenti dei tanti con i quali ho condiviso informazioni e consigli, devo dire che si può davvero parlare di un’ “annata” molto, molto buona per le birre del Villaggio di quest’anno. Molta curiosità nei confronti dei tre birrifici belgi “nuovi” presenti al Villaggio, e un sincero apprezzamento dei loro prodotti (io non ce l’ho fatta, ho le bottiglie a casa e me le assaggerò con calma). La Oesterstout della Schelde ha spopolato, anche al beershop, Boelens ha fatto il solito “pieno” di gettoni e di complimenti. Rulles, Den Hopperd, Sint Canarus, Hofbrouwerijke, De Cazeu solidamente nel solco di una tradizione eccellente (con una menzione d’onore per la “solita” stupefacente Rulles Estivale). Lo ieratico (e anche un po’ istrionico) Jef Van Den Steen, al suo primo Villaggio, ha “colpito” con la sua Saison, apprezzatissima da tutti per la sua freschezza ed equilibrio, mentre da Nino Bacelle della De Ranke hanno fatto festa tutti gli amanti della classicità luppolata: una vera giostra, le sue birre, dalla qualità sopraffina. Rimanendo al Belgio, confesso che avevo un po’ di dubbi a riguardo della presenza delle Oud Bruin “in massa” al Villaggio di quest’anno; ma quando lunedi mattina, a Villaggio concluso, ho visto i 6 fusti vuoti delle Oud Bruin mi sono detto “avevi proprio torto, e loro ragione“. Era una cosa che mancava, la cui presenza è stata poi molto apprezzata dalla grande schiera dei loro “devoti”. Stratosferica, al pre-Villaggio, la V cense in fusto di Jandrain, “solo” normali la Witkap stimulo e la Biere du Miel della Dupont, superlative Hercusles Stout e St. Bernardus Prior, “ballerina” la Hommel con i fusti non tutti al solito livello. La Saison Dupont con dry hopping in fusto, ha fatto penare un po’, dopo il primo, splendido fusto; attaccata alle spine del TNT il giorno dopo è andata via a ruba: per forza, era spettacolosa. Gli Italiani? C’è stato un vero e prorio (definitivo?) salto di qualità: grandi prove produttive, fantasia ma anche beverinità e solidità. Ermes e Martina di Pausa Cafè (per me) al di sopra di tutte le altre, Surfing Hop e Zona Cesarini solo un pochino più sotto. Birrificio Italiano (ottima la Bibock) ed Olmaia (in splendida forma La9) appaiate, ma sempre ad un livello veramente alto.

di Alberto Laschi

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